OMAGGIO A LUIGI STIFANI di Stefania Sforza

Con Eleonora Grondona, Rosa Maurelli e Carlo Amori.

Quella sera, all’Arci Bellezza di Milano, a meta’ concerto si sono spente le luci, nello stupore generale.
Buio quasi totale, tranne un fascio di luce. Una vecchia sedia impagliata nella penombra, unico elemento scenico.
Gli occhi sbarrati, persi nel vuoto.
Un ciondolare avanti e indietro quasi a cullare un bimbo o forse solo se stessa.
L’alienazione ha gettato un sudario sul suo sguardo, prendendo il posto della sopportazione di una condizione tanto frustrante, durata troppo a lungo e senza orizzonti di luce.
Ogni “tarantata” si fa emblema e portavoce di un disagio diffuso, quello delle donne che non si rassegnavano ad una società ingiusta, patriarcale quindi maschilista e retrograda. Una vita spesa nella fatica, nel celare i propri desideri e nell’infrangersi d’illusioni antiche. Poche e circoscritte le occasioni per gioire, divertirsi e sentirsi appagate e considerate parte importante della collettività e della famiglia.
Quando il dolore diveniva insopportabile, ecco un percorso ciclico, codificato seppur inconscio, patrimonio assimilato nell’esperienza comune, strumento per esternare la sofferenza dell’animo, per espellere il veleno della Taranta, della vita.
Nel Salento del secolo scorso, nelle famiglie in cui si verificava tale fenomeno, era ancora prassi ingaggiare due o tre musici, generalmente un tamburellista ed un violinista (uno dei più conosciuti era Luigi Stifani di Nardo’, barbiere di professione, detto Mesciu Gigi) che a suon di pizzica, per ore e giornate intere con brevi pause, impiegavano la loro musica “povera” ma virtuosa e mantrica, per aiutare la sventurata a curarsi, in una sorta di rito esorcistico, coreutico, catartico, riscontrabile in molte culture del Mediterraneo e non. Musica taumaturgica.
Generalmente colei che ne usciva purificata e risorta, avrebbe poi goduto del riconoscimento sociale, prima impensabile, come referente da interpellare per i casi che si fossero verificati in seguito.
Una piccola parentesi: discutibile e poco gratificante, per fortuna poi vietato, invece era il rito pubblico che si svolgeva ogni anno il 29 giugno al Santuario di San Paolo a Galatina, dove queste donne erano portate a chiedere la grazia ma esposte al pubblico, in balia della propria disperazione, come fenomeni da baraccone. Immagini ancora indelebili nella memoria di alcuni.
Noi Malapizzica abbiamo pensato che, al di la’ dell’intento di promuovere e diffondere un genere musicale a lungo rinnegato e in qualche modo ancor oggi discriminato da chi ne ignori l’importanza antropologica e la potenza vitale, fosse importante proporre la rappresentazione drammatizzata del rituale delle tarantate. Memoria e identità.
Cosi’ grazie al talento interpretativo e passionale di Eleonora Grondona, carissima amica, ballerina nonché studiosa del fenomeno, siamo riusciti a ricreare un suggestivo spaccato di quella vita disperata che accomunava molte donne nel passato. A rendere indimenticabile l’esibizione c’erano Carlo Amori al violino e Rosa Maurelli al tamburello.
Qualche giorno fa, rivedendone le poche riprese, che ahimè non rendono giustizia per via della scarsa illuminazione, non nascondo che mi siano scese lacrime impreviste, per la struggente intensità resa.
Forse anche per una profonda comprensione, transepocale, intima, tutta femminile, di un dramma che ancor oggi non e’ estinto del tutto.

Stefania Sforza
12 giugno 2014

 

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